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L'Antica Ercolano

Secondo le fonti, Ercolano era situata su un promontorio degradante verso il mare, lambita ad est ed ovest da due torrenti (Sisenna: Quod oppidum tumulo in excelso loco propter mare, parvis moenibus, inter duos fluvios infra Vesuvium collocatum)

La città fu fondata nel IV sec. a.C. L'attribuzione della sua fondazione - da parte dei Dionigi di Alicarnasso - ed Ercole di ritorno dall'Iberia la colloca nell'ambito culturale delle città di origine greca come la vicina Neapolis; tuttavia, della prima fase dell'origine di Ercolano non abbiamo finora alcuna traccia, in quanto i reperti più antichi in essa ritrovati sono da riferire al massimo al II sec. a.C.
Il litorale ercolanese ha subito profonde modifiche sia in conseguenza delle eruzioni del Vesuvio del 79 d.C. e del 1631, sia dei continui fenomeni bradisismici: attualmente è molto difficile ricostruire con esattezza la originaria configurazione del suo territorio.

Punti di partenza per lo studio della geomorfologia ercolanese sono le cartografie prodotte nel XVIII sec. da C. Weber e dai La Vega (Francesco e Pietro), direttore degli scavi dell'epoca. Weber realizzò una carta del "cratere marittimo o golfo di Napoli", pubblicata sul frontespizio del primo tomo delle Antichità di Ercolano; i La Vega (padre e figlio) produssero due mappe pubblicate nella Dissertatio Isagogica del 1797: nella seconda mappa veniva rappresentata la regione ercolanese prima dell'eruzione pliniana con l'indicazione dell'ubicazione del porto, dei due torrenti, della linea di costa, nonché della pianta della città come risultava dalle esplorazioni fino ad allora effettuate; in essa, inoltre, venivano schematicamente indicati gli edifici pubblici già esplorati (teatro, basilica, templum Veneris da identificare con la palestra, villa suburbana dei papiri) oltre le otto insulae: la città così disegnata presentava un impianto perfettamente ottagonale e la disposizione degli edifici pubblici secondo
un criterio che la avvicinava alla pianta della limitrofa Neapolis. Ci sono pervenute, inoltre, altre mappe di anonimi del XIX secolo.

Gli scavi della città - interamente sepolta dall'eruzione del 79 d.C. da una colata di materiale vulcanico solidificato per una altezza media di circa 16 metri - iniziarono nel 1738 a seguito della occasionale scoperta della scena del teatro romano con l'asportazione delle statue di marmo da parte del Principe di Elboeuf. Essi proseguirono, con la tecnica dei cunicoli sotterranei e pozzi di discesa e di aerazione, in maniera sistematica in direzione della Villa dei Papiri e verso la città fino al 1828; quindi a "cielo aperto", fino al 1875; sia nel periodo degli scavi sotterranei che in quello degli scavi a cielo aperto vi furono delle brevi interruzioni.
I diari di scavo dell'intero periodo (1738-1875) - redatti inizialmente da Alcubierre e Weber e successivamente dal Bonucci, che si avvalse dell'ausilio delle piante particolareggiate disegnate dall'ing. G. Tascone - furono raccolti e pubblicati nel 1885 dal Ruggiero nel volume Gli scavi di Ercolano.

Nel 1875 gli scavi furono sospesi per essere poi ripresi solo nel 1927 da parte del Maiuri, che continuò ininterrottamente fino al 1958.
L'esplorazione borbonica a cielo aperto aveva messo in luce le insulae seconda e terza con la Casa d'Argo,
Il Maiuri, proseguendo verso est, ha ritrovato tutti gli altri edifici attualmente scoperti, ad eccezione di parte del foro, del Decumano Massimo e del Litorale , che sono stati scavati nel periodo più recente, fino ai nostri giorni. La dinamica del seppellimento di Ercolano, sommersa da flussi piroclastici e colate fangose immediatamente solidificatosi dell'altezza media di circa sedici metri - ben diversa da quella di Pompei, distrutta da esplosione con pioggia di cenere e lapilli - se da una parte ha comportato e comporta enorme difficoltà e lentezza nell'esplorazione di tutto ciò che è stato sommerso a tanta profondità, dall'altra ha determinato - diversamente che a Pompei - l'importante e originale fenomeno della conservazione di reperti organici (legno, vegetali, stoffe ecc.) e dei piani superiori degli edifici, con restituzione dell'immagine dei volumi degli stessi: fatto di fondamentale importanza per lo studio dell'architettura e delle tecniche edilizie di epoca romana (nella quale viene largamente utilizzato l'elemento ligneo sia per gl'infissi che per le parti struttive degli edifici)  e per l'approfondimento della tipologia dell'arredo domestico e delle tecniche di lavorazione applicate anche ai cantieri nautici (V. rinvenimento avvenuto nel 1982 sull'antico litorale dell'ormai famosa "barca romana").
Alla luce degli scavi finora effettuati - che sono limitati solo ad un terzo della città - sembra confermata la descrizione della stessa data dallo storico Sisenna, in quanto la rilevante pendenza dei cardini della strada dimostra il forte pendio del promontorio sul quale essa insisteva  è, grazie agli ultimi scavi, si è messo allo scoperto anche un tratto delle mura sul lato meridionale: queste ultime, perdendo la loro funzione difensiva nell'età augustea, vennero cedute a privati che le utilizzarono come costruzioni per le loro lussuose abitazioni (lo stesso succede a Pompei, ove la Villa imperiale si appoggia sulle mura a sud di Porta Marina), o addirittura sfruttando il terrapieno e costruirono ambienti sotterranei che sono in corrispondenza dei piani superiori.

Scendendo dalla scala del quartiere suburbano si arriva alla marina dove la scoperta più sensazionale delle esplorazioni degli anni ottanta è stata quella di una barca e degli scheletri degli Ercolanesi avvolti nel fango, che avevano tentato la fuga e la salvezza per mare.
Sono stati recuperati finora circa 240 scheletri in parte sulla spiaggia e in parte all'interno dei fornici che fanno da sostruzione alle terrazze del quartiere suburbano e dell'Area Sacra.
I dati emersi hanno portato a ridisegnare l'antica linea di costa che pare articolata in scogliera e tratti di spiaggia ed a restituire l'immagine di Ercolano come città marinara su di un promontorio ai piedi del Vesuvio.
L'area Archeologica, Il Territorio, Le Ville Rustiche E Marittime. I dintorni di Ercolano erano popolati da piccoli villaggi e insediamenti di produzione agricola (ville rustiche e ville d'ozio, terme e necropoli) già in epoca anteriore alla colonizzazione romana (80 avanti Cristo).
Per la fase romana, dai rinvenimenti e dalle emergente archeologiche sembra di poter riconoscere un allineamento di ville rustiche nella fascia pedemontana del Vesuvio che, probabilmente, erano collegate da strade che confluivano ed immettevano nelle arterie principali di comunicazione dei grossi centri quali Ercolano, Pompei, Napoli. La fascia costiera era occupata da splendide ville marittime.
Tali presenze sono in parte note soltanto dalle notizie di archivio e dai materiali rinvenuti, mentre alcune sono tuttora visibili.
Tra le prime è la villa cosiddetta delle Scuderie Reali di Portici, emersa appunto durante la costruzione della Scuderia Reale nel 1755. Di essa abbiamo resti di pittura di III stile pompeiano ora conservate al Museo Nazionale di Napoli. Sempre attestate dai dati di archivio sono alcuni ambienti  localizzati verso il porto del Granatello.
Ad Ercolano, verso la Chiesa di S. Maria di Pugliano, sono stati localizzati dagli scavatori borbonici resti di pavimenti, pitture e strutture pertinenti ad una villa. Nel territorio del Comune di Ercolano, in località Cava Montone, alle pendici del monte Somma, è una villa di produzione nota già dai dati riportati nei giornali di scavo settecentesco e oggetto di uno scavo archeologico recente, che ha riportato alla luce resti delle strutture databili al II secolo d.C. insieme a materiale ceramico e vasellame bronzeo.

Attualmente i resti della villa sono poco visibili perché reinterrati in gran parte per la creazione di una discarica comunale.
Nel Comune di Torre del Greco (città confinante con Ercolano), allo stesso modo, sono presenti insediamenti di produzione agricola e ville marittime sul litorale in contrada Sora, Lamaria e Calastro. Di queste ultime quella visitabile è la cosiddetta Villa Sora. La villa fu scavata in epoca settecentesca prima da Carlo III di Borbone e poi da l principe ereditario Francesco I di Borbone nel 1796. Furono scoperte all'epoca importanti sculture, ora al Museo di Palermo, e due affreschi di soggetto teatrale. Le sculture raffigurano Eracle che abbatte la cerva cerenite in bronzo e una copia in marmo del Satiro versante di Prassitele.
Dalla stessa zona proviene un bassorilievo in marmo raffigurante Orfeo, Ermes ed Euridice, ora la Museo Nazionale di Napoli. Le prime piante della villa furono redatte dall'Architetto C. Bonucci ed altre nel corso dell'800. Recentemente è stata avviata una campagna di esplorazione archeologica tesa all'individuazione dei settori non ancora scavati della villa e alla rilettura delle strutture emerse durante l'esplorazione settecentesca - ottocentesca che avevano subito restauri incerti.

La villa, sicuramente di grande estensione (300 metri circa), era distribuita su terrazze degradandi verso il mare, ricavate in parte dal naturale pendio della collina e in parte costruite artificialmente con terreno di riempimento. Essa presenta almeno due fasi edilizie, la prima ascrivibile al 2° quarto del I secolo a.C. i tre ambienti recentemente messi alla luce sono decorati in 3° stile pompeiano con elementi fitomorfi e raffigurazioni di animali su fondo rosso cinabro, con una fase di IV stile evidente in uno dei tre.
Sono emersi, inoltre, tre livelli di pavimentazione ed un muro in opera cementizia, con la delimitazione di due ambienti rustici che fanno pensare, insieme al materiale ceramico tardo raccolto, ad una rioccupazione della zona dopo l'eruzione del 79 d.C.
La Villa dei Papiri. Una delle più sontuose ville dell'antichità, sepolta dal materiale vulcanico del 79 d.C.

e dalle lave del 1631, giace ancora oggi sotto i campi dei garofani tra Vico Mare e Via Roma ad una profondità di circa 30 metri. Scavata tra il 1750 e il 1765 per cunicoli, restituì al mondo una delle più grandi collezioni di opere d'arte dell'antichità insieme al rinvenimento veramente eccezionale di di 1800 rotoli di papiri carbonizzati. l'impianto della villa, così come mostrano le piante redatte da Carl Weber e quelle che oggi si stanno approntando, è quello di una grande residenza marittima posta subito fuori del limite occidentale della città antica orientata in senso nord - ovest Sud - est. Il fronte, di circa 250 metri, è parallelo alla linea di costa. La zona occidentale, che è in corrispondenza dell'attuale ingresso di Villa Signorini, è occupata dal belvedere circolare a cui si accedeva tramite un lungo viale coperto di ghiaia. Proseguendo verso oriente, segue un grande peristilio con al centro una natatio, collegato ad un altro peristilio più piccolo a pianta quadrata attraverso un ambiente individuato come tablino.

Il quartiere di alloggio si sviluppa ad oriente, dove, tra l'altro, è la biblioteca. La maggior parte delle opere d'arte recuperate  (58 sculture in bronzo e 21 in marmo che raffigurano personaggi politici, filosofi, dinasti ellenisti, soggetti mitologici, oratori, atleti) andarono a costituire Il Real Museo borbonico di Portici. Esse vennero in seguito trasferite al Museo Nazionale di Napoli, dove ancora oggi sono collocate in un'apposita sezione dedicata alla Villa dei Papiri. I Papiri, che riguardano per lo più testi filosofici greci dell'epicureo Filodemo di Gadara con la presenza di qualche scritto latino, sono conservati all'officina dei papiri presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Svolti per la prima volta da padre da Padre Piaggio con un'apposita macchina di sua invenzione, dovevano costituire l'ottavo tomo, mai andato pubblicato, delle Antichità di Ercolano  edite dalle Stampe Reali.I problemi e l'ipotesi attorno alla villa vanno dalla discussione sul presunto proprietario, alla datazione e comprensione dell'impianto della villa non ancora completamente esplorata, al significato del programma decorativo. Per il primo di questi problemi, dopo la tesi dell'appartenenza a L. Calpurnio Pisone, console nel 58 a.C., recentemente è stata propostal'appartenenza della villa ad Appius Claudius Pulcher, console nel 38, cognato di Lucullu, il cui nome ricorre nell'iscrizione dedicatoria rinvenuta durante l'esplorazione del teatro. In questi anni si sta procedendo all'esplorazione della villa ripercorrendo i cunicoli borbonici: punti di partenza sono due pozzi borbonici, quello denominati Ciceri I e Il Veneruso.
I primi  dati hanno consentito di ridisegnare la pianta della villa verificando l'esattezza della pianta di Weber e ubicandola in alcuni punti per rendere più agevole lo scavo. Si è potuto constatare, dalla presenza di grano ed altre masserizie (già tra l'altro attestate nei diari di scavo borbonici), che la villa era abitata al momento dell'eruzione e, dall'osservazione dei pavimenti e delle strutture, che aveva avuto almeno due fasi di costruzione dal II secolo a.C. al I secolo d.C.
Recentemente è stata raggiunta la biblioteca con la speranza di poter esplorare la ipotizzabile sezione latina e di acquisire preziosissimi testi che andranno a colmare le nostre lacune sulla conoscenza della cultura antica.

 

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Accademia Ercolanese © 2010.